Il Caso di Aldo Braibanti torna d’attualità in un testo e uno spettacolo teatrale

In occasione del Cinquantenario del Sessantotto, ritorna in scena e arriva in libreria per la collana Teatri di Carta, Il caso Braibanti, di Massimiliano Palmese

“Il caso Braibanti” tratta uno dei più clamorosi casi giudiziari della storia italiana del Novecento, il processo per plagio ad Aldo Braibanti (1922-2014), ex-partigiano torturato dai nazifascisti, artista, filosofo e naturalista.

Abbiamo fatto qualche domanda all’autore del testo, Massimiliano Palmese, per raccontarci di più sul caso di Aldo Braibanti e sul perché ha sentito l’esigenza di trarre dalla sua storia un testo teatrale – pubblicato per la Collana Teatri di Carta di Caracò – divenuto anche spettacolo.

Intanto ho voluto ricordare la figura di Aldo Braibanti che, come scrisse Carmelo Bene, è stato “un genio straordinario”. Ma, sottolineava Pier Paolo Pasolini, è stato anche un intellettuale appartato, schivo, non allineato. Veniva dall’antifascismo partigiano, ma uscì dal PCI (“da sinistra, non da destra”, ci teneva a specificare), lasciando per la filosofia – ma anche per le arti figurative, la poesia e la ricerca naturalistica – ogni impegno politico attivo. Purtroppo l’isolamento lo rese anche più attaccabile. In più, era omosessuale, e ricordiamoci che i comunisti di un tempo avevano problemi anche con l’omosessualità di Pasolini. Così, quando nel 1964 Braibanti venne colpito da un’accusa ridicola come il plagio, con la denuncia di una famiglia “culturalmente di destra” che aveva forti agganci nella politica locale e amicizie con preti e psichiatri, si ritrovò da solo e senza appoggi a combattere una battaglia, che alla fine perse. Gli atti del suo processo sono già profondamente teatrali. C’è il dramma, la commedia, e persino la farsa. Ma la vicenda di Aldo Braibanti è soprattutto la tragedia di un uomo che viene schiacciato da più parti, da più poteri.

La vicenda di Aldo Braibanti è soprattutto la tragedia di un uomo che viene schiacciato da più parti, da più poteri.

Quanto tempo hai impiegato per studiare le fonti e per plasmare dal punto di vista teatrale la vicenda di Aldo Braibanti?

Ho avuto la fortuna di imbattermi ne Il processo Braibanti, saggio prezioso di Gabriele Ferluga, che ha raccolto sia i materiali originali del processo, sia le reazioni della stampa e i commenti degli intellettuali dell’epoca. Sotto il segno del plagio, invece, è un libro che riunisce vari contributi, e che analizza il processo e la sentenza da più punti di vista: da quello culturale con Alberto Moravia, a quello semiotico con Umberto Eco, a quello psicoanalitico con Cesare Musatti. Ci sono poi i testi dello stesso Braibanti, e le interviste che negli anni ha rilasciato. Ho letto il più possibile, ho metabolizzato, e poi messo a fuoco il nucleo drammatico. I nodi cruciali della “vicenda Braibanti” nel testo e nello spettacolo ci sono tutti.

Quanto c’è di attuale del caso Braibanti nell’Italia di oggi?

C’è ancora bisogno di essere antifascisti, perché il fascismo è ancora lì, caldo sotto la cenere. C’è bisogno di lavorare contro l’omofobia, e ce lo dimostrano episodi di tutti i giorni. C’è bisogno di raccontare come si possa essere stritolati quando si toccano punti nevralgici del potere. E forse è anche diventato necessario essere “militanti”, in un Paese in cui il 50% degli aventi diritto, per più motivi, non va a votare i politici italiani vecchi e nuovi.

Il caso Braibanti può rientrare a tutti gli effetti nel filone del teatro “di impegno civile”. Quanto è difficile portare in scena testi impegnati in Italia?

È il mio primo testo di questo tipo. Ho scritto drammi e commedie, ho tradotto in versi William Shakespeare. Eppure, se mi chiedi quanto è difficile far girare nei teatri “un oratorio civile” come Il caso Braibanti – che attraverso la figura di un intellettuale davvero libero ci parla di natura, politica, e anche di omosessualità, ma descrive in modo spietato una certa società italiana – ti rispondo che in effetti un’operazione del genere è un ufo nel circuito italiano, dove al Teatro si preferisce l’intrattenimento. Allo stesso tempo, vista anche la sua longevità, Il caso Braibanti resiste. E, ogni volta che lo riproponiamo, è sempre un inaspettato successo.

Il caso Braibanti resiste. E, ogni volta che lo riproponiamo, è sempre un inaspettato successo.

Lo spettacolo, diretto da Giuseppe Marini, con Fabio Bussotti e Mauro Conte, e musiche dal vivo di Mauro Verrone, il 5 novembre ha  fatto tappa a La Vallisa di Bari mentre dal 9 al 19 novembre sarà ospitato allo Spazio 18B di Roma. Altre date sono previste in primavera.

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> Nasce ‘Tools’ una nuova collana Caracò, ad inaugurarla è Giuseppe Cristiano con ‘Il Visualizer – guida completa al mestiere dello Storyboard artist’

Raccontare una professione e mostrarne le potenzialità. È questo l’obiettivo che Giuseppe Cristiano accarezza ne Il Visualizer. Guida completa al mestiere dello Storyboard Artist.

Giuseppe Cristiano è un visualizer italiano, lavora da più di vent’anni in tutto il mondo. Negli ultimi anni ha collaborato con il settore dei giochi al recente Mad Max: Fury Road, ispirato al film di George Miller, e a The Walking Dead, dall’omonima serie tv. Ha partecipato a video di Radiohead, Madonna, Moby e Roxette, e affiancato registi come Jonas Åkerlund e Johan Renck. Ha lavorato con Hoyte Van Hoytema (direttore della fotografia di Insterstellar, Her, The Fighter, Dunkirk), e per le serie tv CSI: NY e Six Feet Under. Migliaia le collaborazione pubblicitarie, come The Epic Split, lo spot di Volvo con Jean Claude Van Damme, e Evian con Spider Man. Dal 1998 ha pubblicato sette manuali, alcuni dei quali sono stati adottati in università e scuole di cinema. Il Visualizer. Guida completa al mestiere dello storyboard artist è il suo primo volume in italiano.

Giuseppe, perché questo manuale? Perché la volontà da parte di un Visualizer nel voler rendere condividere i propri strumenti di lavoro?
Ho scritto il mio primo libro “Analyzing Storyboard” nel 1998 perchè semplicemente non trovavo un buon manuale da consigliare agli studenti quando occasionalmente facevo lezione nelle scuole di animazione e di cinema. Mi resi conto che si trattava di una professione che in un certo senso era invisibile anche agli addetti ai lavori nel senso che nonostante ce ne fosse la necessità spesso se sottovalutava l’importanza. Ma anche perché quando iniziai la mia carriera come libero professionista facevo tutto fuorché gli storyboard proprio perché non conoscevo il mestiere e se vogliamo ci sono arrivato un po’ per caso. A quel punto mi sono messo nei panni di tanti giovani artisti in cerca di una direzione e quanto può essere importante una guida o qualcuno che ti mostri un’opportunità professionale o anche semplicemente un’ispirazione. Ma, a parte per questo motivo e cioè l’opportunità di “mostrare la via” la mia intenzione è quella anche di istruire i vari addetti ai lavori che, in un modo o nell’altro, anche indirettamente hanno a che fare con i visualizers. Parlo quindi dei produttori per esempio, che grazie agli storyboard sono in grado di poter calcolare spese e tempi di produzione. Il lavoro dello storyboard artist non interessa solamente il regista ma tutta una serie di aree e team. Quindi con il mio libro ed i seminari e workshop occasionali cerco di coinvolgere un po’ tutti, dal regista al podruttore anche specificando il rapporto che ognuno avrà con gli storyboard e quindi i benefici che si possono ottenere conoscendo bene questo strumento.

Quanto è cambiato il tuo lavoro negli ultimi venti anni e perchè la scelta di percorrere una strada estera e non italiana?
Moltissimo, sempre in evoluzione sia per quanto riguarda le tecniche che i metodi di lavoro. Personalmente ora posso lavorare a distanza anche su grandi progetti e produzioni, il tutto è molto più semplice grazie ai vari Voip, file sharing, dropbox, video conferenze, schermi digitali etc. Grazie al digitale l’esecuzione del lavoro è diventata più veloce così come è più semplice fare revisioni o lavorare su diversi progetti contemporaneamente. In più con le ultime tablet posso lavorare in qualsiasi luogo e circostanza. Le comunicazioni poi sono oramai immediate. Ci sono ovviamente i pro ed i contro in questa situazione dove si è connessi 24 ore al giorno tutto sta ad essere ben organizzati e con delle solide routine di lavoro.
Ho iniziato come libero professionista in Italia a fine anni 80 e poi ho proseguito per la mia strada all’estero perchè non riuscivo ad andare oltre certi ambienti e le mie aspirazioni erano altre. Non mi sbagliai poiché qualche anno dopo realizzai che se all’estero si sperimentava e comunque si guardava avanti nella produzione e nell’innovazione e sperimentazione in Italia tutto mi sembrava abbastanza statico. Ho avuto la fortuna di cominciare a lavorare per grossi nomi che poi hanno rivoluzionato il mondo dei video clip per esempio. Registi che hanno realizzato i video più famosi degli anni 90. Nello stesso tempo ho potuto lavorare con direttori della fotografia sempre alla ricerca di qualcosa di nuovo, alcuni di questi addirittura in grado di costruirsi volta per volta gli strumenti di lavoro. Per esempio i primi prototipi di drone oppure variazioni dei vari dolly a seconda del set e di ciò che avrebbero dovuto realizzare. Ho vissuto poi il passaggio dall’analogico al digitale e quindi due mondi completamente diversi vuoi per i metodi di lavoro ma anche per quanto era possibile girare. Lavorando con pellicola per esempio lo storyboard era assolutamente vitale per poter comunicare con la produzione e quindi davvero pre-visualizzare ogni cosa prima delle riprese. Certe cose poi in Italia non si facevano ancora, come per esempio il 3D. Molte società per le quali ho lavorato creavano i propri software ma ciò che è stato per me molto utile sono gli anni che ho fatto come insegnante in diverse scuole multimediali. Ero comunque un guest teacher ma facevo i miei corsi in strutture che in Italia neanche oggi potrebbero esistere per costi (ogni studente aveva a disposizione una completa workstation sempre aggiornata oltre a editing suites e server per rendering). Da queste classi poi sono usciti fuori tanti produttori ed animatori che ora lavorano per i giochi e le principali case di produzione internazionali. Professionisti che adesso per esempio fanno gli effetti speciali per serie tipo The Walking Dead o giochi per le principali case di produzione. A questo punto è stato molto facile per me rimanere all’estero dove oltre a tante opportunità avevo anche molti stimoli. Difatti realizzai con un piccolo team uno dei primi video animati in 3D per il gruppo Avion Travel, usando semplicemente 3D studio Max.

Come vedi il campo del Vizualizer in Italia?
Non lo conosco a fondo ma ho contatto con diversi artisti. Ne conosco le dinamiche e se vogliamo anche i problemi con i quali ogni freelancer di tanto in tanto deve confrontarsi. Sicuramente ci sono molte opportunità e c’e’ un mercato interessante. Forse gli storyboard non si conoscono ancora bene in certi ambienti e spesso le produzioni non ne capiscono la potenzialità ed i benefici che potrebbero ricavarne. Non è un problema direttamente riferito all’Italia perchè anche all’estero mi capita di battere la testa di tanto in cose del genere. Tutto sta a sapersi adeguare e sopratutto a capire con chi si lavora. A quel punto se c’e’ una buona comunicazione sono certo che certi problemi non verrebbero ad esistere. Uno dei problemi principali è che spesso il produttore vede gli storyboard solamente come un costo ma non realizza il fatto che invece è uno strumento che lo aiuterebbe a mantenere appunto i costi e se vogliamo anche a risparmiare sulla produzione. Questo perchè con un buon storyboard si possono prevedere problemi o trovare soluzioni alternative per la realizzazione di una scena. Manca certamente un certo cameratismo tra gli artisti. Cosa invece che ho trovato molto piacevole in America dove spesso gli artisti si supportano gli uni con gli altri.

Questo manuale pensi possa piacere anche ai non addetti ai lavori?
Lo spero.

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> Nonostante tutto: la quinta stagione di Caracò tra teatro, editoria, formazione ed eventi social

Nonostante tutto è lo slogan che abbiamo scelto per lanciare questo nostro quinto anno di attività artistiche, formative ed editoriali.

Siamo nati con l’ossessione di voler fare libri superando ogni logica di mercato creando un rapporto diretto con librerie, associazioni e scuole. Grazie al successo di alcune delle nostre collane siamo riusciti a stabilire un diverso ed importante dialogo con il mercato della piccola e media distribuzione editoriale.

In questi anni, se pur con difficoltà evidenti, abbiamo fatto tutto il possibile per difendere il lavoro dell’autore e del libraio, per noi importanti attori di una complessa filiera del libro. Certe volte ci siamo riusciti, altre volte abbiamo fallito ma le sconfitte ci hanno ridato l’entusiasmo giusto per fare dell’altro e farlo bene.
L’editoria non passa certo un bel momento e noi stessi siamo consapevoli del fatto che le nostre copie sono una goccia nell’oceano carta eppure non abbiamo mollato e nonostante tutto abbiamo investito tutto quel che potevamo investire, quel di più che abbiamo sempre ritenuto non essere nostro ma della collettività del gruppo editoriale ed artistico. Tutto ciò è stato possibile grazie ai nostri autori che hanno sposato il nostro progetto facendosi in quattro per moltiplicare eventi e progetti.

A loro va un grazie infinito perchè è dalla loro volontà di essere parte di un progetto più ampio e complesso che siamo riusciti oggi ad aprire la nostra casa ad altre forme artistiche trasformando il nostro progetto editoriale in una casa dei mestieri editoriali e teatrali.

Oggi Caracò è questa: una casa dove si producono libri e spettacoli, si creano progetti formativi per le scuole e le università e si progettano eventi dal forte impatto sociale. Oggi facciamo parte di una rete di librai, associazioni, artisti e scrittori. Assieme, passo dopo passo, stiamo progettando un’altra modalità di cooperazione tra diversi attori per rintracciare nuove ed importanti fonti di finanziamento ma sopratutto per costruire nuove modalità di investimenti culturali.

Editoria e arti sceniche due mondi sui quali costruire ancora tanto partendo dal teatro, per noi uno strumento fondamentale di scambio e di rivoluzione sia se si parla di teatro scritto, letto, interpretato e prodotto. Ecco perchè pensiamo che è fondamentale per la nostra anima tenere in vita una collana di teatro nonostante il mercato consideri il teatro dei libri particolarmente superfluo. Non mancheranno i tanti progetti teatrali che disegneranno una diversa e più articolata geografia produttiva. Diversi percorsi teatrali che toccheranno generazioni diverse, tutte chiamate a rendere possibile quella nostra ossessione nel voler formare testimoni.

 

Caracò al festival Una marina di libri 2017

1Caracò dall’8 all’11 Giugno sarà presente a Palermo per il Festival “Una Marina di Libri”.

In particolare vi segnaliamo venerdì 9 giugno – ore 20 – la presentazione del libro “La misura dell’errore. Vita e Teatro di Antonio Latella”.

Insieme ad Emanuele Tirelli, curatore del testo, sarà presente Giuseppe Massa.

L’appuntamento è alla Serra Carolina dell’Orto Botanico di Palermo.

Vi aspettiamo