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Chi ha aperto la porta alla ‘ndrangheta, mafia affarista. Chi viene a patti con la politica e l’economia

Chi ha aperto la porta alla ndrangheta, mafia affarista. Chi viene a patti con la politica e leconomiaNon è stata la ‘ndrangheta a colonizzare il Nord Italia ma gli imprenditori del Nord ad aprirle le porte per motivi di puro interesse. Lo ha affermato senza giri di parole il procuratore aggiunto di Reggio Calabria, Nicola Gratteri, dialogando con Antonio Nicaso, direttore scientifico della festa della legalità “Noicontrolemafie”, e il giornalista Pierluigi Senatore (Radio Bruno).

“Negli ultimi anni c’è stato un processo di accelerazione dell’inserimento delle mafie nel Nord Italia, in Europa e in Nord America, per due ordini di motivi: le mafie hanno bisogno di giustificare l’ingente ricchezza proveniente dal narcotraffico. E i soldi si nascondono meglio nelle zone ricche, da Roma in su: qui è più facile mimetizzarsi”. Inoltre “la crisi economica si è sentita molto anche al Nord: così molti imprenditori hanno accettato di far entrare nelle loro imprese soggetti di cui pensavano di potersi liberare facilmente una volta superato il momento di difficoltà, ma questi sono poi diventati i padroni”. Gratteri e Nicaso hanno poi raccontato come attraverso con microspie è stato documentato il passaggio fatale in cui un imprenditore umbro dice alla moglie “non ti preoccupare: tra un anno o due ci riprendiamo, e li cacciamo”, salvo poi aprire poco dopo la porta di casa ad un ’ndranghetista che lo “rassicura”: “Adesso alla tua azienda ci pensiamo noi”.

Questo “vampirismo” economico non è disgiunto dalla diffusione del reato di usura: “E’ meglio fallire: si può ricominciare da capo – sostiene Gratteri – Con l’usura si fallisce comunque ma si perde dignità, l’amore e l’affetto della moglie e dei figli. Prima di capitolare c’è circa un anno e mezzo di agonia e bastonate, umiliazioni, minacce, telefonate anonime, vessazioni contro la famiglia tanto che moglie e figli si allontaneranno. L’imprenditore diventa un pugile suonato: se gli va bene dovrà vendere tutto e diventerà garzone nel suo negozio”.

La perversa competitività della ‘ndrangheta è un altro dato certo: “I mafiosi non si pongono il problema etico di assumere manovalanza in nero, di far lavorare gente disperata con stipendi da fame o di pagarla normalmente, salvo poi pretendere la restituzione in contanti di parte dello stipendio ufficiale – ha ricordato il magistrato – La mafia offre un servizio (facendo il lavoro anche bene) a costo più basso: vince le gare, si sostituisce alle aziende sane. Ciò che è osserviamo è che l’imprenditore del Nord invece di allearsi con altri come lui cerca di fare affari con questi soggetti che. si inseriscono anche nei settori più evoluti, portando in dote valige piene di 500 euro in contanti”.

Ma la stessa ‘ndrangheta al Sud mostra un volto diverso: “E’ asfissiante perché ha l’ossessione del controllo del territorio: l’unica cosa che lascia fare è lo spaccio”.

PARLARE LA STESSA LINGUA

Chi ha aperto la porta alla ndrangheta, mafia affarista. Chi viene a patti con la politica e leconomia“Non bisogna solo conoscere le tecniche d’indagine e il codice penale, ma bisogna capire il loro pensiero, le loro pause, l’accento su una sillaba d’una parola che può essere di vita o di morte”. E’ una semantica dei gesti, quella della ‘ndrangheta, un codice spesso non verbale che il calabresi Nicaso e Gratteri intendono così bene da averlo tradotto in un libro, “Dire e non dire”, l’ottavo scritto insieme. “La ‘ndrangheta è chiusa, ha regole dure, crude, asciutte. E’ una mafia molto feroce, ossessionata dalle regole: nella Camorra ogni cento arresti, ci sono una cinquantina di picciotti che iniziano a collaborare. Nella ‘ndrangheta è uno su 500-600 arresti, e si tratta sempre di un esecutore materiale o un corriere della droga, ma di figure di vertice. E’ una mafia che parla con gesti, sguardi e mugugni. Ma è più importante ciò che tace; il non essere invitati ad un matrimonio – non ci sono mai meno di 500 invitati – può significare attrito, guerra, qualcosa di grave che bisogna subito chiarire. E’ importante comprendere le parole che pronunciano quando li incontri, perché magari è un messaggio di morte. Un magistrato che viene catapultato in Calabria ha bisogno di 3-4 anni per capire. E prima di allora ha già fatto domanda di trasferimento”.

Ed è proprio nell’uso consapevole della “parola” che Nicaso – percorrendo la propria biografia – in un’altra occasione ha indicato la via del riscatto sociale: “La mia lingua madre è il calabrese. Quando a 26 anni arrivai in Canada seppi che dovevo imparare altre parole per descrivere il mondo, per non essere escluso, per farmi strada. Ed nel giro di tre anni pubblicai il mio primo libro. Di nuovo, quando tornai in Italia, fu sempre attraverso la parola scritta che mi feci conoscere” e che oggi cerca di trasmettere insegnamenti di legalità ai giovani.

MITI E RITO

E’ Nicaso a chiarire poi l’importanza per le mafie dell’ avere un mito fondante e riti simil-religiosi: “La Banda della Magliana o la “mafia del Brenta”, non avendo storia e mito, non sono sopravvissute alla scomparsa dei fondatori; non avendo la necessità di perpetuarsi, non avevano bisogno di crearsi un’identità. Questi invece erano uomini senza arte né parte, nuddu ‘mmiscatu ccu nenti (“il nulla mischiato al niente”), gente che non avrebbe mai avuto la possibilità di salire nella scala sociale, che per arricchirsi avrebbe dovuto vincere al totocalcio. Invece, attraverso l’appartenenza ad un gruppo, diventano uomini d’onore legittimati dalla comunità. Quando il boss va al bar, nei piccoli paesi, c’è ancora la fila per offrirgli il caffè e dargli la mano; ed è per questo che, ad esempio, vogliono raccogliere i fondi per i fuochi d’artificio della festa patronale o portare a spalla la statua del santo. Sono atti attraverso i quali esprimono potere e forza. Il mito e il rito servono a questo”. Non sfugge ad esempio la similitudine dei riti di affiliazione al Battesimo cristiano: “Sono sovrastrutture mentali, ma questa gente ci crede – dice Nicaso -. I riti servono alla manovalanza (quella che non si arricchisce), per “far gruppo”, e creano suggestione nei giovani; il capo sa che sono baggianate”.

Chi sta ai vertici, inoltre, conosce tutta la struttura e tutti gli affari: gli altri hanno solo pezzi della “mappa del tesoro”, da soli inutilizzabili.

Così, in silenzio, la ‘ndrangheta è cresciuta, approfittando del fatto che l’attenzione dei media, del legislatore e dei politici fosse concentrata su cosa nostra, espressione di una terra importante e ricca di storia: lo stragismo di Riina ha imposto allo Stato di reagire. “La mafia calabrese non ha mai dichiarato guerra allo Stato e ha sempre agito sottotraccia preferendo mediare e non dar fastidio. I magistrati li avvicina, cerca di corromperli, non di ucciderli”. Una eccezione recente, la strage di Duisburg ma quella ” è una vicenda che rientra rientrava nella logica delle faide familiari”. Tale atteggiamento ha garantito una crescita costante: “Con notevole mimetismo, ha reinvestito al Nord prima i soldi dei sequestri, poi quelli della cocaina. E’ un’organizzazione credibile perché ha pochi pentiti ed è solvibile: paga sull’unghia. Addirittura, fu grazie all’intervento di Roberto Pannunzi (inviava tonnellate di cocaina al mese in Europa) che cosa nostra salvò la vita al suo “ministro degli esteri” Salvatore Miceli, che era stato trattenuto in Colombia come ostaggio a garanzia del pagamento di un a partita di droga”.

Anche grazie al successo della “mafia stracciona calabrese”, “oggi cosa nostra è al centro di una mutazione genetica. Il leader attuale Matteo Messina Denaro si dichiara ateo e disprezza la politica”; pensa solo al business.

“La ‘ndrangheta ha 10-15 mila affiliati – ha spiegato Nicaso-, ma il problema sono le relazioni: è capace di stringerne con avvocati, commercialisti, con la Chiesa, con politici… così il suo potere si riproduce maleficamente. Sono una minoranza organizzata. Noi siamo una maggioranza disorganizzata, bisogna prenderne consapevolezza”. Molto stupido (o addirittura sospetto) l’atteggiamento di parte della politica: “Per questioni di marketing territoriale, continua ad ignorarne la presenza in Val d’Aosta o in certe parte dell’Emilia-Romagna o della Toscana, come in passato si è fatto in Lombardia, Liguria, Umbria… E’ bello dire “noi non abbiamo mafie”, specialmente se queste non sparano”. Per combatterla non servono solo manette e sentenze; piuttosto “c’è bisogno di fare rete, della partecipazione di tutti, di politiche volte al Bene comune. Fare un’alleanza tra gli onesti, superando contrapposizioni stupide come calabresi/emiliani: se le mafie non arrivate, vuol dire che qualcuno ha aperto la porta. C’è stato un incontro tra interessi diversi – tra chi offre e chi prende -, che servono per manipolare il consenso sul territorio, trovare elettori, farsi eleggere e così via. La mafia comanda perché vuole perpetuarsi. E se loro guardano lontano, dobbiamo imparare anche noi a farlo”.

FRANCESCA CHILLONI

Pubblicata il giorno 26/05/2013



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