Home Page

Don Pino Puglisi: ucciso perchè faceva il prete

Don Pino Puglisi: ucciso perchè faceva il preteLa sfida alla mafia diventò missione evangelica nel quartiere degradato di Brancaccio: dal “no” alle elemosina insanguinate all’educazione dei bambini di strada

“Don Pino Puglisi non era non prete antimafia, ha semplicemente fatto il prete mentre gli altri si giravano dall’altra parte”. La figura del parroco di Brancaccio, ucciso da Cosa Nostra il giorno del suo 56° compleanno il 15 settembre 1993, è stata al centro delle riflessioni del giornalista Roberto Mistretta in un incontro a Palazzo Magnani nell’ambito della terza Festa della legalità “Noicontrolemafie” 2013. Mistretta, dialogando con il direttore scientifico della manifestazione Antonio Nicaso, ha raccontato la vicenda umana e spirituale di questo sacerdote di umili origini, divenuto insegnante e pedagogista: un educatore di coscienze e testimone di una fede radicata nel servizio al prossimo, instancabile promotore d’iniziative sociali e culturali nei quartieri palermitani più degradati. La mafia non lo perdonò proprio per questa sua capacità di unire l’impegno civile e la “promozione umana” all’ispirazione evangelica: di fare “missione”. Un apostolato sino al martirio in virtù del quale sarà proclamato beato il 25 maggio con una cerimonia al Foro Italico di Palermo alla quale sono attesi 100mila fedeli.

“Era un sacerdote di frontiera ma non era solo, era perfettamente inserito nella Chiesa locale e nel quartiere. Non era isolato come il giudice Falcone e altri caduti di mafia. Era al centro dell’attività di comitati e gruppi giovanili: coinvolgeva tutti in un’opera quotidiana di miglioramento della loro realtà degradata. E’ questo che non gli è stato perdonato”, ha spiegato Mistretta, che recentemente ha dato alle stampe “Il miracolo di don Puglisi” (edizioniAnordest), in cui ne racconta l’opera attraverso le parole di Giuseppe Carini, un ragazzo che da grande voleva fare il boss ma che – grazie all’incontro con quel prete dal sorriso contagioso – divenne uno degli animatori della parrocchia di Brancaccio e poi testimone di giustizia. Un uomo che, per guardarsi allo specchio senza vergogna, ha dovuto cambiare nome e città, e che quando compare in pubblico deve indossare in passamontagna quasi fosse un criminale.

FATTI TANGIBILI

“Ho conosciuto “3P” indirettamente, vent’anni fa, quando fu assassinato – ha raccontato Mistretta – . A Palermo era in atto una rivoluzione politica, la primavera palermitana di Orlando. Eppure nei quartieri i preti morivano. In seguito intervistai il giudice Giovanbattista Tona, capo dell’Anm nissena: un magistrato coraggioso, straordinario, che era stato oggetto di minacce di morte gravissime (il “pentito” Crocefisso Smorta aveva detto che era arrivato l’esplosivo per lui). Fu lui a parlarmi di don Pino, che era stato suo padre spirituale negli anni della gioventù alla Fuci. Ne parlava trasporto: “Noi allora non capivamo che fare antimafia fosse fare il proprio dovere ogni giorno. Pensavamo si facesse nei convegni, con le parole, poi abbiamo capito…””.

Don Pino arrivò a Brancaccio nell’autunno 1990. “Non si trova un parroco per questo quartiere difficile – ha spiegato Mistretta – “3P”, in precedenza, aveva fatto cessare una sanguinosa faida nel paesino di Godrano, di cui era stato pastore. Così si pensò a lui, nonostante fosse così impegnato che diceva sempre “toglietemi il pane ma non la benzina perché devo correre sempre da una parte all’altra di Palermo”. A Brancaccio entra in punta di piedi: in quel quartiere c’è solo la parrocchia, una scuola elementare e un centro polivalente”. I bambini, finite le elementari, restavano nelle strade, esposti al degrado, agli abusi, con un futuro segnato.

Dialogando con Nicaso, Mistretta ha poi tratteggiato la figura di “3P” ripercorrendo i tanti aneddoti – quasi parabole di un vangelo di periferia – legati alla sua opera, come quando con una colletta popolare riuscì a realizzare il centro d’incontro “Padre Nostro” con l’aiuto dei giovani del quartiere: “I futuri magistrati e giornalisti, i futuri insegnanti e medici, l’opinione pubblica e la stessa Chiesa, non capivano che quella era antimafia. Ma la mafia è attenta alla concretezza: e quelli erano fatti tangibili”.

GIUSEPPE CARINI

Parlando ai ragazzi presenti all’incontro del concetto di legalità, Mistretta ha rievocato un episodio in cui don Pino – intervenendo in una discussione tra giovani che giocavano a pallone – aprì un confronto sulle regole necessarie nel calcio come nella vita. Giuseppe Carini (tra gli ospiti della Festa della Legalità 2013) divenne allenatore proprio di quei ragazzini di strada a Brancaccio. Oggi, come testimone di giustizia deve sottrarsi alla vendetta della mafia e paga un prezzo altissimo: ha cambiato generalità, vive al nord e rischia la sua vita, ma lo fa in nome di quella dignità e di quella coerenza ai valori che “3P” gli ha trasmesso.

A vent’anni aveva come idolo lo zio materno, sempre elegante e pieno di soldi: quando questi viene ucciso, decide di scovare i killer ed ucciderli per acquisire credibilità agli occhi del padrini di Brancaccio con i cui figli gioca a calcetto e bigliardo. Studia medicina, ma la sua mentalità è già mafiosa. Quando arriva il nuovo prete di cui tutti parlano, ci rimane male: “Rimasi deluso, piccolo mingherlino, spelacchiato, grandi orecchie a sventola, un incisivo macchiato ma… quanto parlava! E sapeva ascoltare”. Don Pino gli chiede chi è e gli dice: “Qui non c’è nulla, i bambini non hanno palloni e usano come porta i bidoni della spazzatura, c’è prostituzione minorile, gli anziani giocano a carte sotto un telone di plastica”. Giuseppe replica scocciato: “Cosa ci posso fare?”. Don Pino dolcemente gli risponde: “Tutti possono far qualcosa. Regala alla tua gente un’ora alla settimana”. Giuseppe va in crisi perché sa che quell’ora implica una scelta. Combatte contro se stesso: è un lungo travaglio dell’anima ma “alla fine vince il prete. Giuseppe torna da don Pino e dice: “Sono qua””.

Già questa conversione è un piccolo grande miracolo. Ma la rinascita civile e morale di Brancaccio rende ancora più esplicita la rivoluzione spirituale operata da don Puglisi. “Non era da solo: trovò collaboratori coraggiosi, tra cui gli animatori del Comitato inter-condominiale; aveva i suoi ragazzi; aveva le suore e la Fuci. Apriva le porte a tutti.”

LO SCONTRO DI POTERE

Nicaso ha rievocato un incontro significativo con il parroco martire: “Venivo dal Canada, lo definivano “prete antimafia”. Gli chiesi che cosa significasse; lui replicò: “Io faccio il prete”. “Gli altri no?”. “Faccia lei””.

Ma dietro ogni prete c’è un uomo, ed è su questo che la mafia contava quando lo minacciò in modo sempre più aggressivo ed esplicito. Tuttavia 3P continuò la sua opera, rifiutando le buste di soldi che le donne di mafia gli volevano consegnare in sacrestia e arrivando addirittura a non far girare durante la messa il cestino delle elemosina pur di non ricevere denaro insanguinato. La sfida a cosa nostra non cessò mai anche sul piano simbolico: fece, ad esempio, riportare alla parrocchia il piedistallo della statua di San Gaetano, di cui un mafioso si era autonominato custode.

Per questo la beatificazione è un messaggio importante. “La Chiesa non aveva mai riconosciuto la mafia come anticristiana – ha sottolineato Mistretta – Dicendo nelle “motivazioni” della beatificazione che Pino è stato ucciso in “odium fidei” si traccia una netta linea di demarcazione. La Chiesa non c’era, ora c’è: servirà? Non lo so. Certo è che oggi don Pino siamo tutti noi”.

Secondo Nicaso, invece, “la Chiesa è in ritardo. La critico da cattolico, perché vorrei che fosse meglio di ciò che è. La beatificazione rischia di essere una commemorazione di facciata postuma. C’è tanto coraggio, c’è una grande capacità profetica nelle donne e negli uomini della Chiesa di frontiera, ma questo fatica a farsi strada nella “borghesia ecclesiastica”. Il cardinal Ravasi ha detto che bisogna invertire rotta. Ci riuscirà la Chiesa? Il rischio che non cambi nulla è concreto. Comunque io spero: gli uomini senza speranza sono uomini senza futuro”.

FRANCESCA CHILLONI

Pubblicata il giorno 26/05/2013



    Organizzato da
    Associazione Culturale Caracò

    Promotore
    Con il patrocinio di
    In collaborazione con

    I Partners che collaborano a Noicontrolemafie 2014