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Donne di mafia – invisibili per convenienza, pericolose complici e vittime

Donne di mafia   invisibili per convenienza, pericolose complici e vittimeConvegno a Palazzo Magnani sul complesso ruolo femminile nelle organizzazioni criminali. “Trasmettono cultura mafiosa ai figli, ma per difenderli possono anche collaborare con la giustizia”

“Le mafie sono organizzazioni maschili che consentono l’affiliazione solo di uomini ma ciò non significa che le donne siano fuori. Per capirne il ruolo e come questo è stato rappresentato all’esterno, dobbiamo decostruire degli stereotipi”. Così la giornalista Francesca Viscone ha aperto il convegno che indaga “l’altra metà” del mondo mafioso, svoltosi a Palazzo Magnani nell’ambito della terza festa della legalità “NoiControLeMafie”, promossa dalla Provincia di Reggio Emilia sotto la direzione scientifica di Antonio Nicaso e con l’organizzazione del Consorzio “O. Romero”.

Al tavolo le sociologhe Alessandra Dino (Università di Palermo) e Monica Massari (Università di Napoli “Federico II”) e la giornalista Angela Iantosca, che hanno analizzato la condizione e la funzione della donna nelle maggiori mafie, dissimili a causa della differente strutturazione di cosa nostra, camorra, ‘ndrangheta e sacra corona unita.

Criminali, fiancheggiatrici dei propri famigliari mafiosi, vittime, collaboratrici di giustizia per salvare i loro figli, testimoni: “C’è comunque un leitmotiv – ha sottolineato Dino – Anche donne molto forti, con ruoli importanti, sono spesso picchiate, violentate, vittime della violenza dei maschi del loro gruppo. Sono figure in bilico, perché mai completamente riconosciute: viene chiesto loro di essere dure ma di apparire deboli. Sono considerate un potenziale pericolo ma se le mafie capissero l’importanza del riconoscimento formale del loro ruolo, alle donne converrebbe rimanere dentro l’organizzazione piuttosto che scegliere la fuoriuscita ed eventualmente la collaborazione”.

L’analisi non ha tralasciato la contestualizzare delle storie delle singole donne. Da Mimina Rogoli, moglie del leader fondatore della sacra corona, alla calabrese Giuseppina Pesce, grazie alla quale si è inflitto un colpo quasi letale alla sua cosca e si è fatta luce su diversi omicidi; da Giusi Vitale (capo mandamento di Cosa Nostra) alle tante che vanno in pellegrinaggio al santuario della Madonna di Polsi (Rc) chiedendo protezione per figli, mariti e fratelli ‘ndranghetisti.

STEREOTIPI MAFIOSI PER NASCONDERSI MEGLIO

Donne di mafia   invisibili per convenienza, pericolose complici e vittime“Per un secolo e mezzo è stato fatto credere che le donne non avessero alcun ruolo attivo – ha affermato Francesca Viscone -. Nelle rare occasioni in cui venivano indagate, i giudici – loro stessi fuorviati dagli stereotipi – le assolvevano in quanto considerate di non capaci di delinquere autonomamente, ma solo come “mogli di”, “madri di”, “sorelle di”. Quest’idea dell’impunibilità è uno stereotipo di genere; il secondo pregiudizio è quello dell’incapacità di commettere atti violenti. Le prime ad avvantaggiarsi di questi cliché sono state proprio le mafie. E ciò è accaduto nel momento in cui – latitanti o in carcere gli uomini – le donne cominciavano ad avere ruolo di postine, assumevano il coordinamento di piccoli gruppi, gestivano alcune attività. A maggior ragione, in quella fase, la mafia ha avuto la necessità che passasse l’idea della loro incapacità di delinquere autonomamente e della conseguente impunibilità. Nel 1990 si contava solo una donna denunciata per associazione mafiosa, nel ’95 sono salite a 89. Le inchieste ci hanno invece rivelato che hanno iniziato a occuparsi anche di affari importanti, quali il traffico di stupefacenti e il riciclaggio di denaro sporco”.

La giornalista calabrese ha evidenziato come anche l’autorappresentazione di sé sia funzionale alle mafie: “Quando queste donne si raccontano non fanno altro che – non sappiamo fino a che punto consapevolmente – trasmettere i messaggi che il gruppo vuole sia trasmesso all’esterno. Recitano un ruolo, forniscono giustificazioni agli atti commessi dai parenti, si mostrano incapaci di delinquere autonomamente, quasi vittime di situazioni più complesse di loro”. Ma spesso è solo una facciata. L’evoluzione della camorra dimostra che nella sostanza la donna ha raggiunto nella criminalità una sorta di parità con l’uomo e “le donne possono avere una capacità a delinquere senza che ci sia influenza del loro uomo”.

NON HANNO NEMMENO DIRITTO ALLA CATTIVERIA?

Questa complessità sociologica è emersa con prepotenza negli stralci di uno straordinario film-documentario proposto da Monica Massari: “Nella casa di Borgo San Nicola”, con il quale la regista Caterina Gerardi varca le porte del circuito ad alta sicurezza del carcere di Lecce, dove si trovavano anche recluse per gravi reati associativi.

“Le stesse donne giocano tra essere e apparire per comunicare all’esterno un’immagine utile all’organizzazione – ha sottolineato Alessandra Dino -. A lungo gli stessi studiosi si sono scarsamente posti il problema del ruolo femminile, lo hanno sempre ricondotto all’interno di un paradigma familistico e lo hanno sottovalutato. Solo il 20% dei reati è femminile e solo il 5-6% degli omicidi. Perché le donne sono così poco devianti? Non hanno nemmeno diritto alla cattiveria? Per lungo tempo le criminali sono state considerate un’eccezione e allora le si descrivevano come eccezionali, “donne con le palle”: si pensi alla camorrista Pupetta Maresca”. In realtà, gli stessi magistrati non giudicavano secondo un criterio di “fattualità” ma – involontariamente – proprio secondo gli stereotipi mafiosi. Così davano dello stesso reato una valutazione diversa se perpetrato una donna: ad esempio la detenzione di una pistola clandestina veniva considerata favoreggiamento, fattispecie che se commessa da un famigliare non è punibile. E dunque non rientra nelle statistiche.

 

Nonostante la “segregazione verticale”, alle donne sono sempre stati delegati ruoli importantissimi: “Dall’educazione dei figli, al rapporto con la Chiesa e la politica, alla trasmissione dei messaggi”. Ma come nella società normale la donna si è emancipata e ha raggiunto ruoli apicali, così sta avvenendo nelle mafie. “Solo nel 1992, in una sentenza relativa alla ‘ndrina dei Mammoliti, si dice che non è certo l’affiliazione – criterio interno alla mafia – a determinare o meno il ruolo della donna nell’organizzazione e la sua punibilità”.

FAMIGLIA COME ALIBI

La dimensione familistica viene spesso usata per coprire le vere responsabilità criminali: “L’ho fatto perché me lo ha chiesto mio marito”, “l’ho detto per aiutare mio fratello” sono frasi ricorrenti, come ha dimostrato Monica Massari: “Anche quando usano toni accalorati, le mafiose fanno un utilizzo strategico dello stereotipo delle femmine subordinate. Con queste strategie comunicative riaffermano la loro estraneità all’universo mafioso, usano il cliché moglie/madre che non può non essere vicina ai parenti, accusano i giudici di metterle in mezzo. Dietro l’ostentata sicurezza, c’è la rimozione del fatto che attribuiscono ad altri la responsabilità del loro malessere e dei crimini”.

LA BOSS CHE SOGNAVA DI RIVOLUZIONARE COSA NOSTRA

Donne di mafia   invisibili per convenienza, pericolose complici e vittimeEsiste poi un elemento di soggettività dal quale non si può prescindere: “Ci sono quelle che sposano pienamente le modalità d’azione del sodalizio, quelle che si ribellano, quelle che assumono posizioni cangianti come accade con ‘ndrangheta: prima sconfessano i mariti che collaborano con giustizia e chiamano l’Ansa per dire che avrebbero preferito fossero morti, poi li seguono nella dissociazione. E abbiamo anche in Giusi Vitale, che diventa capo mandamento di cosa nostra dopo l’arresto dei fratelli, che dal carcere la scelgono perché la considerano la persona più affidabile. E lei, mentre si scambia messaggi con Matteo Messina Denaro, deve essere accompagnata alle riunioni di mafia perché per una donna è onorevole ordinare omicidi ma non andare tra gli uomini da sola”. La Vitale ha confessato alla Dino che, pur pensando da donna, si comportava come un uomo: “Voleva entrare in cosa nostra, perché le sarebbe piaciuto organizzarla secondo regole diverse, con più attenzione alle relazioni, ai suoi compaesani ai quali non avrebbe fatto pagare il pizzo”.

La frattura emotiva si acuisce nel momento in cui scatta la collaborazione. La collaboratrice di giustizia Carmela Iuculano ha raccontato: “Da una parte c’erano le mie figlie, dall’altra mio marito e miei fratelli che se avessi parlato avrei portato in carcere. La difficoltà maggiore è che per farlo avrei dovuto conoscere una Carmela diversa, e questo mi faceva paura”. Nel momento in cui le mafie attribuiranno alle donne posizioni di potere, ha soggiunto Dino, ” ci sarà il rischio che loro non sentano più questa lacerazione e allora alle organizzazioni saranno più forti: potranno contare anche sul loro pieno apporto”.

MIMINA: DA POSTINA A TESORIERE DELLA SACRA CORONA

Eclatante il caso della sacra corona, mafia recente che si costituisce alla fine degli anni ‘70 ma che fin da subito mostra la sua violenza attraverso un processo di imitazione e elaborazione autonoma delle caratteristiche principali delle altre mafie. Massari spiega: “Nasce nelle carceri pugliesi: i capi sono detenuti sin dall’inizio, quindi da subito le donne acquisiscono ruoli abbastanza significativi nel reclutamento e nella gestione degli affari. Mimina Rogoli, moglie del leader fondatore, a quello “postina” aggiunge ruoli esecutivi sempre più importanti quali distribuire denaro alle famiglie dei carcerati o raccogliere e gestire la tassa sulle casse di sigarette che i contrabbandieri erano obbligati a versare. Nella sacra corona il ruolo è importante ma la donna supplisce all’uomo assente, per garantirgli il rispetto dovuto: la dimensione del potere è sempre presente. Ricalcano il potere dei mariti”. La brutalità arriva anche ad esecuzioni mirate di madri con bambini: una carica di violenza che “sembra contrastare con lo stereotipo della lady-boss manageriale che il cinema ci trasmette”. Per questo è bene “non leggere i percorsi biografici secondo criteri ampiamente superati quali il contrasto tradizione-modernità: coesistono”.

SOLO PER I FIGLI

“Spesso si parla di fenomeno di pentitismo al femminile nella ‘ndrangheta. E’ un’illusione che le donne stiano smantellano un sistema così radicato in tutto il mondo”, ha amaramente constatato Angela Iantosca. “Già il fatto stesso di essere madri, sorelle e mogli ci dice che sono dentro: in questa organizzazione ci si entra solo per legami famigliari. A fine ‘800 c’erano donne che facevano le stesse cose degli uomini, ma questo ne determinava anche l’arresto. Così, per garantire la cura dei figli e la trasmissione dei valori mafiosi, si decide che le donne restino a casa. Non vanno alle riunioni, ma ratificano le decisioni nel talamo; fanno le vivandiere per i sequestrati in Aspromonte, si tengono i latitanti nei bunker sotto casa: sono particolarmente attive. Il maschilismo della ‘ndrangheta è diventato un comodo vestito da indossare per sottrarsi dalle attenzioni della magistratura”. Internet e tv mostrano alle giovani che un’altra vita è possibile. Le anziane sono circondate da uomini che fanno parte del sistema, sono cresciute in quel contesto e non concepiscono qualcosa di diverso. Le giovani invece scelgono di stare nel sistema perché fa comodo: amano il potere, amano i bei vestiti e i soldi”.

Ma c’è anche chi dice no: “Io ero scettica sul fatto che le donne di ‘ndrangheta potessero collaborare – ha raccontato Viscomi – . In questa mafia c’è spesso una sovrapposizione totale tra “affari” e sfera affettiva. Abbiamo scoperto invece che è possibile, a costo di perdere la propria vita: Giuseppina Pesce è l’unica sopravvissuta. La donna collaboratrice ha doppio coraggio: si confronta con una violenza agita e subita, si confrontata con lo spettro della propria morte. Sanno a cosa vanno incontro”. La molla che fa superare le paure e rompere con la tradizione, nella maggior parte dei casi, è la difesa dei figli da un destino di violenza.

FRANCESCA CHILLONI

 

Pubblicata il giorno 26/05/2013



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