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Gli eroi esistono solo nei fumetti – Le figure di Giorgio Ambrosoli e Libero Grassi

La mafia chiese loro di chinare la testa: furono uccisi solo perché continuarono a fare il loro lavoro.
Alla festa della legalità “NoiControLeMafie” i Premi dedicati a due borghesi dalla schiena dritta

GLI EROI ESISTONO SOLO NEI FUMETTI   LE FIGURE DI GIORGIO AMBROSOLI E LIBERO GRASSIDue persone normali, due borghesi benestanti, impegnati nelle rispettive professioni, con accanto famiglie laboriose. Un avvocato e un imprenditore che nel corso delle loro esistenze si sono trovati all’improvviso ad un bivio e hanno dovuto fare una scelta drastica: chinare la testa o continuare a svolgere il loro lavoro. A Giorgio Ambrosoli, commissario liquidatore della Banca Italiana, a metà anni ‘70 fu chiesto di chiudere un occhio sulle irregolarità che ogni giorno scopriva nelle carte dell’istituto di credito e di evidenziare elementi che potevano scagionare il banchiere siciliano Michele Sindona, vicino alla mafia. A Libero Grassi nel ‘91 fu invece domandato di versare il “pizzo”. Entrambi dissero no, entrambi pagarono con la vita le conseguenze di questa scelta, diventando simboli di un’Italia democratica fondata sul lavoro e sui diritti.

A queste due figure sono dedicati alcuni degli incontri e delle riflessioni svolti nel corso della terza Festa della Legalità “NoiControLeMafie”, manifestazione curata da Rosa Frammartino sotto la direzione scientifica di Antonio Nicaso e patrocinata dalla Provincia di Reggio Emilia con l’organizzazione del Consorzio Oscar Romero.
In particolare di Libero Grassi ha parlato lo storico Marcello Ravveduto (editorialista di Narcomafie) giovedì mattina agli studenti dell’Istituto “Zanelli”, in un evento aperto dall’assessore provinciale all’Istruzione, Ilenia Malavasi. I ragazzi – a partire da casi concreti reggiani e interloquendo con i relatori – hanno riflettuto non solo sulle caratteristiche delle mafie ma soprattutto sull’importanza di vivere ogni scelta quotidiana con il senso della responsabilità e dell’impegno; di conoscere e rispettare le regole della democrazia; di immaginare un futuro diverso ma anche di aprire gli occhi nel presente, sulla realtà circostante, per essere cittadini e non sudditi che subiscono le decisioni ad altri.

Ravveduto ha inoltre partecipato, giovedì, ad una tavola rotonda con Paolo Bertaccini Bonoli, di Transparency International Italia, ideatore del “Premio Giorgio Ambrosoli”, e Salvatore Cernigliaro, presidente dell’associazione “Solidaria onlus” di Palermo, promotrice di quel “Premio Libero Grassi” a cui le scuole reggiane da anni partecipano, portando a casa importanti riconoscimenti. Un confronto stringente e fecondo, coordinato da Roberta Mani (caporedattore TGcom24), che si è concluso con la proposta di Cernigliaro di portare avanti un progetto di “pubblic history”, di raccolta sul campo di testimonianze da consegnare alle generazioni future: “L’Italia, nell’ultimo secolo, ha dato vita a grandi moti di Resistenza: al nazi-fascismo, la terrorismo e alla mafia. C’è bisogno di fare cultura collegando questi tre movimenti attraverso la narrazione delle storie dei protagonisti”.

“FAR OTTENERE UN BUON RISULTATO AL CLIENTE NON SIGNIFICA AGGIRARE LE LEGGI”

GLI EROI ESISTONO SOLO NEI FUMETTI   LE FIGURE DI GIORGIO AMBROSOLI E LIBERO GRASSI“C’è una crescente tensione morale, una nuova sensibilità nel Paese, anche grazie agli strumenti telematici che mettono in rete i progetti e i percorsi – ha esordito Bertaccini Bonoli – Il Premio ha sempre più riscontri perché l’Italia è già in marcia. Abbiamo iniziato due anni fa, e le adesioni sono già tantissime. E’ un segnale d’incoraggiamento: la partita si può giocare, la sfida si può cogliere. Vorremmo fosse uno strumento per affrontare il tema della legalità: Ambrosoli è una ferita ancora aperta in un certo mondo borghese”. E ha aggiunto: “Era semplicemente un professionista che via via maturò la consapevolezza che una parte della sua vita professionale e di cittadino doveva essere messa al servizio della collettività, e che ciò doveva essere fatto attraverso l’esercizio della legge. Se tutti in questi decenni avessero fatto come Ambrosoli, forse oggi l’Italia non sarebbe strangolata dal debito pubblico”. L’esponente di Transparency ha poi fatto notare come la cosa incredibile è che il suo omicidio fu completamente inutile: non evitò l’incriminazione di Sindona in quanto lo uccisero il giorno dopo la sua testimonianza davanti ai giudici statunitensi (furono loro ad incriminare Sindona). “Fu assassinato perché nessuno si immaginava che lui sarebbe arrivato fino in fondo, così come Ambrosoli non si aspettava che davvero chi lo minacciava sarebbe passato ai fatti”.
Il Premio dedicato all’avvocato milanese “cerca di valorizzare persone e/o reti di persone che hanno operato professionalmente in modo integro – ha spiegato Bertaccini Bonoli – Far bene il proprio lavoro non significa far ottenere un buon risultato al cliente aggirando le leggi; siamo molto preoccupati per una nazione dove ha preso piede l’idea che si è bravi se si riesce ad essere furbi. Le pressioni che possono venire dal settore pubblico e privato (perché sono le persone che interpretano i luoghi) sono innumerevoli: noi premiamo chi non si fa influenzare”. Ma lo Stato deve cambiare rotta: ” Le leggi si rispettano o si cambiano, non si aggirano. La legalità è praticabile anche se ci sono leggi perverse e difficili da applicare. Ci dobbiamo dunque interrogare su quali siano i percorsi di applicabilità delle leggi e cosa non va”.

COMUNICARE PER ROMPERE IL CONFORMISMO
GLI EROI ESISTONO SOLO NEI FUMETTI   LE FIGURE DI GIORGIO AMBROSOLI E LIBERO GRASSIPiù creativa la caratterizzazione del concorso dedicato a Grassi, un anticonformista per una Sicilia assuefatta al ricatto mafioso e alla sopraffazione. “Si tratta di un premio legato alla comunicazione perché Libero non solo denunciava ma pubblicava sui giornali lettere aperte indirizzate al suo “Caro estorsore” e partecipò alla televisione televisiva “Samarcanda”, spiegando a tutta l’Italia perché aveva deciso non pagare il pizzo”, ha detto Cernigliaro. Grassi credeva che innalzando la sfida alla mafia attraverso i media sarebbe riuscito ad innalzare quella barriera protettiva che Palermo non era riuscita a dargli – ha detto Cernigliano – Mi venne l’idea di fare un concorso per il migliore manifesto antiracket; ne parlai con Pina, la vedova, proprio nel luogo dove Libero fu ucciso. E le piacque. Negli anni successivi abbiamo affrontato tanti temi, proprio perché non volevamo stereotipare il concorso. Abbiamo parlato di corruzione, morti bianche, di ambiente… Quest’anno invece abbiamo scelto di parlare di violenza contro le donne e di usura”. L’edizione 2013 è stata vinta, per il tema della violenza sulle donne, dalla classe III/E del Liceo Scientifico “Enriques” di Livorno?(Menzione speciale: classe V/A dell’ITI “Gemmellaro” di Catania) e, per il tema dell’usura, da Claudia Pipitone, della classe V/D Liceo Classico “D. Cotugno” – L’Aquila?(menzione speciale: Classe III/D scuola media “A.B. Sabin” di Segrate). (www.solidariaweb.org/premioliberograssi.html)

LIBERO: NEL NOME, IL DESTINO DI UN ERETICO LAICO
“Nel nostro Paese la borghesia spesso viene associata a una classe parassitaria; si pensa che – come la mafia – si cibi del lavoro altrui. Ambrosoli e Grassi appartengono ad una borghesia con la schiena dritta”, è l’opinione di Ravveduto, storico delle organizzazioni mafiose Ravveduto: “Libero si riconosceva pienamente nel Pri di La Malfa, in quella “classe generale” che rappresentava le necessità di sviluppo e le aspirazioni di una borghesia che voleva crescere negli anni del miracolo economico. Una borghesia retta che operava anche nella pubblica amministrazione P.a. (ma che, negli anni è degenerata dei boiardi di Stato)”. La stessa in cui Ambrosoli entrò quando, accettando di diventare il commissario liquidatore della Banca di Sindona, diventò un pubblico ufficiale.
“Erano entrambi liberali in quanti credenti nella libertà – ha aggiunto – C’è in Italia una grande retorica cattolica con l’eroe caduto dell’antimafia che diventa un “martire”. Loro erano invece estremamente laici: li accumunava la religione della libertà. Libero Grassi era addirittura un liberista un amante del mercantilismo olandese del ‘600, prima ancora che diventasse capitalismo… Gli eroi della libertà sono gli eroi della tragedia greca che si innalzano davanti al tiranno e obiettano: che davanti a chi comanda ed esprime un potere oppressivo, dicono una cosa diversa e nel momento che la dicono, stanno già descrivendo una nuova realtà e fondano un nuovo paradigma. Il no alla mafia apre le porte di un mondo nuovo”. E, a margine, ha notato: “La toponomastica cambia quando cambiano le epoche. In Italia le vie e le piazze hanno nomi legati alla Prima Guerra, alla Resistenza. Oggi dal Nord al Sud, è pieno di piazze Falcone e Borsellino, di vie Ambrosoli o Libero Grassi”.
Un altro elemento che accomuna i due “eroi” la famiglia: “In nessun momento i loro familiari due famiglie hanno ceduto alla retorica del dolore. Da una parte c’è stata la difesa dell’onore vero tipica della sicilianità, dall’altra la riservatezza lombarda”.
Grassi e Ambrosoli, soprattutto, con il loro esempio riaffermano i valori della Costituzione. Spiega Ravveduto: “Libero ci parla nell’articolo 3, quello che parla della Repubblica che deve rimuovere gli ostacoli al libero sviluppo del cittadino. Giorgio non esprime solo l’aspetto della deontologia professionale ma, nel momento in cui diventa funzionario pubblico ,rientra perfettamente nel dettame della Costituzione – lui monarchico – che prescrive a quanti sono pubblici dipendenti di svolgere il proprio mandato con disciplina e onore”. La disciplina che non è far qualcosa per imposizione, e l’onore che non è quello distorto della mafia, ma l’orgoglio di aver fatto bene qualcosa che viene riconosciuto dagli altri.

IL LIBERISMO CONTRO IL MONOPOLIO MAFIOSO
C’è un elemento che rende le due figure opposte. “Ambrosoli rispetta a pieno il suo ruolo di “gran lombardo”: retto e preciso. Lui rispetta le regole”. Grassi invece è un rivoluzionario, anzi: un eretico.
“Viene chiamato “Libero” perché nasce un mese dopo il rapimento di Matteotti e lo zio socialista, fratello maggiore del padre, quasi impone il nome ai genitori – ha ricordato Ravveduto- . Quando il “Caro estortore” gli chiede il pizzo, lui è il terzo imprenditore italiano del Settore tessile e ha un fatturato di 7 miliardi di lire. Non lo contatta la “nazimafia” bombarola corleonese, ma quella conciliante ed affaristica che aveva come ispiratore la borghesia mafiosa di Stefano Bontade. Gli fanno capire che “se fai affari con noi, puoi crescere nelle tue capacità imprenditoriali”. Lui dice di no: non ne ha bisogno, ha l’onore di aver costruito a Palermo nella metà degli anni ’50 un’azienda fiorente”. Non aveva nemmeno chiesto i finanziamenti pubblici della Cassa per il Mezzogiorno per non aver a fare con la zona opaca dei personaggi di cerniera con la mafia. E se “la mafia detta regole di monopolio all’economia, Grassi non lo può accettare. E’ davvero un liberista: non vuole lacci nella costruzione del mercato”. Insomma, ha concluso Ravveduto, “è un borghese produttivo che sa che in Sicilia la regola non è il rispetto delle regole ma la mafiosità. La normalità è quella del presidente della Confindustria siciliana che, nel momento in cui Libero denuncia, gli dice “Stai facendo una tammurriata”. Lui non si adegua: diventa un anormale, un eretico. La sua è l’eresia della normalità”. La moglie Pina un giorno raccontò: “Ti diranno che Libero era un eroe, un simbolo. Gli eroi sono solo quelli dei fumetti”. La realtà è quella di un imprenditore testardo: “L’antimafia non è solo quella del diritto e dei valori alla Falcone, ma c’è anche quella dell’economia”. Questa eresia è così potente che le cose cambieranno e verrà prodotto un Decreto che modifica la visione dello Stato rispetto al pizzo.

FRANCESCA CHILLONI

Pubblicata il giorno 16/05/2013



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