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Nel posto sbagliato al momento sbagliato

La testimonianza di Pasquale Scherillo, fratello di Dario, giovane vittima innocente della camorra
Lo spettacolo “La giusta parte” di Mario Gelardi, portato in scena da Alessandro Gallo e Miriam Capuano a Sant’Ilario d’Enza

Nel posto sbagliato al momento sbagliatoDario Scherillo è un ragazzo che ama di calcio e motori, un centauro, un appassionato di bolidi. Ha 26 anni quando riesce a coronare il suo sogno: aprire con il fratello Pasquale un’autoscuola a pochi chilometri dal loro paese, Casavatore, al confine con il quartiere di Secondigliano. Dario è solare, un’entusiasta. Uno che corre. Forse per questo Pasquale gli dice che no, quella moto potente non se la può comprare: è troppo pericolosa. Così lui gira in sella a uno scooterone Honda. E’ la sera del 6 dicembre 2004 quando Dario esce dall’ufficio e corre in scooter a cercare uno degli allievi, che il giorno dopo avrebbe avuto l’esame di guida. Sono mesi tragici per una Napoli dilaniata dalla guerra di camorra tra il Clan Di Lauro e gli “Scissionisti”; nelle zone calde vige un tacito coprifuoco, la paura scorre nelle strade come il sangue. Ma Dario non se ne cura. Sono passate da poco le 20.30 quando esce dall’agenzia. Non trova l’allievo, ma incontra un amico. Si ferma, chiacchierano; il buio nasconde il degrado del quartiere di Secondigliano. Il rombo di un motorino, una serie di spari e le urla disperate del suo amico sono le ultime cose che Dario sente mentre, crivellato di colpi, muore sull’asfalto di via Segrè. “Dario aveva lo stesso scooter, dello stesso colore e con una targa simile a quello di un pusher della zona che fino a pochi minuti prima aveva stazionato in quella strada. Era innocente. Si trovava nel posto sbagliato, al momento sbagliato”, spiega il fratello. Pasquale, oggi 36enne, gira l’Italia per raccontare che tutti possiamo trovarci nel posto sbagliato nel momento sbagliato. Lunedì 13 maggio è stato protagonista di uno degli eventi inaugurali della Settimana della legalità “Noicontrolemafie”: lo spettacolo “La giusta parte” di Mario Gelardi, portato in scena da Alessandro Gallo e Miriam Capuano al Piccolo Teatro di Sant’Ilario d’Enza.
Pasquale, qual era il clima nel 2004 a Napoli?
Era scoppiata la guerra di camorra, che continua tuttora: l’ultimo omicidio è di un paio di giorni fa. Noi avevano aperto l’agenzia a Secondigliano ma non eravamo consapevoli del rischio, anche se sapevamo che era meglio non girare di notte e tutti i negozi anticipavano le chiusure. Dario fu ucciso con tre colpi di pistola alle spalle. Di solito i camorristi di guardano in faccia, prima di far fuoco. Ma nel caso di Dario hanno guardato dopo: e hanno capito di aver fatto un errore. Lui morì quasi subito, l’amico non potè essere più di tanto utile alle indagini: i killer indossavano dei caschi integrali.
Cosa accade alla famiglia di un innocente che muore in una guerra di mafia?
Una cosa bruttissima: tu sei disperato, stordito dal dolore, e tutti credono che tuo fratello qualcosa deve averlo fatto per essere stato ammazzato. L’omicidio è avvenuto alle 20.40 e alle 21.10 i carabinieri sono arrivati a casa nostra. Era l’ora di cena, ed io ero lì con i nostri genitori. Ci dicono che mio fratello ha avuto un incidente, iniziano a farci domande, fare una “schermata” sulla vita di Dario, cercare tra le sue cose. Dieci minuti dopo parlando con uno dei militari ho notato che aveva gli occhi lucidi: io ho capito cosa era successo, e ho compreso che lui sapeva che Dario era innocente. Una famiglia di brave persone la si vede subito, da come parla, da come si muovono i suoi componenti… Il giorno dopo tutti i giornali titolavano: “Ucciso uno scissionista”. Una situazione dolorosa, quella che è seguita: dover giustificare in paese tuo fratello, la tua storia e quella della tua famiglia. Solo dopo un mese e mezzo, grazie ai riscontri delle indagini, è cominciata ad emergere pubblicamente la verità.
Prima del delitto, voi cosa sapevate della camorra?
E’ una realtà che non conosci anche se ci vivi in mezzo. Io facevo l’errore che oggi cerco di far evitare a tutti: l’errore di pensare la camorra non ti tocca finché ti fai i fatti tuoi. Invece noi tutti i giorni condividiamo la vita con le mafie, e la vita ce la cambiano senza che nemmeno ce ne accorgiamo. Io lo dico ai ragazzi che incontro: perché non porti l’orologio o la fede d’oro? Perché metti tutte quelle catene al motorino? Non te ne accorgi, ma ti sei già adeguato alla prepotenza della mafia. E la cosa peggiore è non farci più caso.
Come sei passato dal lutto alla reazione?
Non ho reagito subito, poi ho reagito: con la parola. Sono rimasto chiuso con mia famiglia per 6-7 mesi. Quindi, tramite amicizie, ho iniziato a frequentare gli ambienti delle associazioni antimafia e il Coordinamento dei famigliari delle vittime innocenti. Sai quanti sono stati ammazzati senza colpa? Solo a Napoli dalla camorra 160, mentre a livello nazionale i nomi sono un migliaio. Mio fratello non era un magistrato, non era un giornalista in prima linea come Giancarlo Siani. E poi ho reagito con l’impegno: racconto la storia di mio fratello. Ho tenuto aperta l’agenzia di pratiche-auto lì a Secondigliano: è stato un modo per sfidare la camorra. Dopo l’omicidio, avevo pensato lasciar perdere poi ho pensato: “se chiudi, vincono loro!”. E così oggi lavoro nel cuore del loro quartier generale, parlo ai giovani della zona, faccio incontri; i genitori delle famiglie per bene mi mandano apposta i loro figli. Vengo apprezzato da quelli della “giusta parte”.
Non ha paura di ritorsioni?
La camorra non mi considera, non mi ha mai nemmeno chiesto il pizzo. C’è chi dice che abbiano rispetto nei miei confronti perché sanno di aver sbagliato; tuttavia la camorra non ha mai avuto un “codice d’onore”. Perciò io penso che sanno che non è conveniente sfidarmi, che può creare loro problemi. Non ho paura, anche se so che la camorra non ha rispetto per niente. Sparano in mezzo alla gente al mercato per conquistare le piazze dello spaccio; hanno inseguito un ragazzo fin dentro un asilo per ucciderlo… A Napoli non guadano in faccia nessuno. Io me ne frego: desiderio giocare la partita.
Cosa pensa di Saviano?
Sono suo amico: in “Gomorra “e in televisione ha raccontato la storia di mio fratello aiutandomi a riabilitarne la memoria. Vive come un recluso; anzi: non vive più. Addirittura se vuole vedere la famiglia, non sa quando e dove la incontrerà. Lui per fortuna è l’eccezione, noi dobbiamo invece andare a parlare nelle scuole, alla tv, nei teatri… Possiamo farlo grazie a Saviano: ha risvegliato le coscienze. Lui è stato uno dei primi a fare dei copia-incolla di alcuni fascicoli, a raccontare cosa stava succedendo nei tribunali, cosa facevano i Casalesi.
Ha risvegliato le coscienze, ma tanto rimane da fare…
Certo. Io stesso fino a quel giorno del 2004 non sapevo nulla, nemmeno della guerra in atto: dopo mi sono informato. Guardavo i telegiornali e pensavo: finché si ammazzano tra di loro… Anzi: godevo del fatto che si eliminassero a vicenda. La gente non capisce, non sente, non vede. Poi ho scoperto le tante vittime innocenti, le tante storie come la mia. Solo a Secondigliano siamo in cinque famiglie: l’ultimo ucciso senza colpa è Lino Romano, assassinato nel novembre scorso. Quando parlo alla gente, dico anche che è necessario smettere di pensare che la camorra sia solo una cosa del Sud. Purtroppo è ramificata dappertutto: magari non spara, ma c’è. Bisogna aprire gli occhi ma è un’opera difficile. Ci siamo ormai abituati anche agli omicidi: non fa più impressione vedere gente crivellata di colpi a terra. Qualche tempo fa le telecamere della metropolitana hanno filmato alla fermata di piazza Cavour la gente che per salire sul treno scavalcava un rumeno ferito e moribondo, che chiedeva aiuto. A Napoli si vedono bambini accanto a cadaveri: chi fa questo ai propri figli?
Il suo impegno è condiviso dagli altri famigliari?
Certo. L’altro fratello, Marco, ha però avuto una reazione di chiusura; erano legatissimi e dice sempre: “Con Dario ho perduto una mia parte; ho il corpo diviso in due e ho perso la mia altra metà”. Sappiamo che finché parleremo di Dario, lui morirà. Per una questione caratteriale, io ho reagito in modo diverso. Io invece continuo il suo lavoro, faccio le cose che lui non è riuscito fare: mando avanti la nostra agenzia, ho una moglie e dei bambini, mi sono fatto di tatuaggi che lui desiderava. Ho acquistato la moto che allora non gli feci comprare e ogni tanto vado a fare un giro: so che in quei momenti lui è sulla sella, con me.
FRANCESCA CHILLONI

Pubblicata il giorno 14/05/2013



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