“Dove Eravamo”. Vent’anni dopo via D’Amelio, il ricordo di Salvatore Borsellino

Pubblicata il giorno 19/07/2012

In occasione del ventesimo anniversario della strage di Via d’Amelio dove morirono Paolo Borsellino e la sua scorta, Caracò editore vuole testimoniare il proprio impegno, inviando ai propri lettori iscritti alla newsletter, uno stralcio del brano che Salvatore Borsellino ha voluto regalarci per “Dove eravamo”. Abbiamo scelto di ricordare quel 19 luglio a Sestu (CA), insieme ai familiari di Emaluela Loi, agente della scorta di Paolo Borsellino.

Tratto da “DOVE ERAVAMO. Vent’anni dopo Capaci e Via d’Amelio”
A cura di Massimiliano Perna
Caracò editore

Paolo, la speranza e i giovani che batteranno la mafia
di Salvatore Borsellino – fratello di Paolo e fondatore del Movimento delle Agende Rosse

Una domenica pomeriggio, a casa mia ad Arese, stavo lavorando al computer, come accadeva spesso. Mia moglie mi chiamò dal piano superiore e mi disse: «Corri che stanno dicendo di un attentato a Palermo». Era il 19 luglio 1992. Non appena sentii queste parole fui certo che si trattasse di mio fratello e che lo avessero ucciso. Da quel momento la mia vita cambiò. Prima di quel giorno di luglio ero solo un uomo nato al Sud che aveva fatto una scelta di vita assolutamente diversa rispetto a quella fatta da mio fratello. Lui aveva deciso di restare nella sua città a lottare per il suo Paese, mentre io, che nutrivo un duplice sentimento di amore e rifiuto per la mia città, non pensavo di costruire il mio futuro lì né sul piano professionale né su quello personale.
Da Palermo andai via nel 1969, a 27 anni, insieme a mia moglie, subito dopo le nostre nozze. Prima Ivrea, poi Milano, dove ho sempre vissuto e vivo ancora. Ho ritenuto, almeno fino a un certo punto della mia vita, che quella fosse stata la scelta giusta, che avessi fatto bene ad andarmene. (…)
Nel 1991 passammo insieme le vacanze di Natale e di fine anno, non era mai avvenuto da quando avevo lasciato Palermo. In quei giorni lui era quello di sempre. Quando invece lo rividi, dopo la morte di Falcone, Paolo era un’altra persona, i suoi occhi guardavano già oltre, al di là di chi lo circondava. Pensava già alla fine, che sarebbe arrivata presto. Se lo aspettava. Ho scoperto in seguito che mio fratello, probabilmente già il 1° luglio 1992, aveva scoperto l’esistenza della trattativa o ne era stato messo al corrente e, a quel punto, ritengo che, oltre a esprimere con forza il suo rifiuto, avrà anche minacciato i protagonisti della trattativa di rivelare tutto all’opinione pubblica. Credo che, per tale ragione, si attendesse un’accelerazione del progetto legato alla sua eliminazione. Tanto è vero che, come ho saputo dopo dai miei familiari, lui ripeteva ossessivamente: «Devo fare in fretta». A me al telefono non lo diceva, però ci fu un episodio che mi scosse veramente e che non dimenticherò mai. Avvenne pochi giorni prima del 19 luglio 1992, quando gli telefonai e gli dissi: «Paolo, perché non vieni via da Palermo? Perché non ti fai trasferire? Se resti lì ti ammazzano». E ricordo ancora, perfettamente, come mi aggredì dicendomi queste precise parole: «Ah, siccome tu te ne sei scappato, adesso chiedi anche a me di scappare?”. Sono parole che ancora oggi continuano a pesarmi, anche per il tono e il modo in cui me le disse.» Ecco perché il giorno della sua morte ho cominciato a vivere il fatto di essere andato via da Palermo come una fuga, una rinuncia a lottare. Ecco perché da quel 19 luglio ho iniziato a lottare. Mia madre, donna fortissima, che aveva reagito non chiudendosi nel dolore ma incoraggiandoci, raccomandò a me e a mia sorella Rita: «Voi non dovete lasciare che tutto finisca così, dovete andare a parlare di Paolo, a ricordare quello che è stato».

Ora so che la morte di Paolo non è bastata a sconfiggere la mafia, però so anche che la sua morte è certamente servita a dare forza a tanti ragazzi, alle nuove generazioni che, grazie al suo sacrificio, al suo esempio, alla sua forza, riusciranno a fare quello che Paolo non è riuscito a fare. La mafia non ha vinto e verrà sconfitta. Oggi ci credo. Probabilmente io non lo vedrò, ma so che lo vedranno i miei figli o i figli dei miei figli. Ormai il seme è gettato e tutti questi giovani che conducono la mia stessa battaglia sono diventati dei figli per me. Combatterò con e per loro fino all’ultimo giorno della mia vita.

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