NAMELESS

Di Lorenzo Garozzo
Regia Gabriele Benedetti

Con
Enrico Pittaluga
Luca Mammoli
Graziano Sirressi
Alessandro Maione
Susanna Acchiardi

Assistente alla regia
Susanna Acchiardi

LO SPETTACOLO

Vogliamo lavorare partendo da quello che è il testo e da ciò che ci richiede.

Crediamo che la finzione “tout-court”, per intenderci il teatro con la “quarta parete”, non sia accettabile se non espressamente dichiarata. Ci piace che il pubblico mantenga libertà d’immaginazione e non che sia solo fruitore passivo di immagini preconfezionate.

Lo spettacolo va alla ricerca di qualcuno che ha perso la memoria, di chi non sa più chi è. A guidare questa ricerca è il conduttore, un uomo che dialoga direttamente con il pubblico, quasi senza filtri, mettendosi in gioco come attore, pronto a recepire le reazioni e gli eventuali interventi degli spettatori, rendendoli parte dello spettacolo, ma anche come persona (anche lui assiste allo spettacolo pur facendone parte).

Le sue domande dirette e provocatorie aprono uno spazio di riflessione privato e collettivo: cosa abbiamo perso della nostra memoria? Come abbiamo perso la nostra identità? Perché pur apparentemente connessi con tutto e con tutti, ci sentiamo soli? Perché sentiamo che i nostri riferimenti ad una possibile collettività, sono vecchi e rasentano il patetico?

Questo è il primo piano di realtà che ci interessa, ovvero il rapporto diretto col pubblico, un rapporto capace di non limitarsi a racconto, ma di lavorare su un piano esperienziale ed evocativo che agisca sul qui e ora, sull’esserci, sullo stare in un luogo e esserne consapevoli.

Il secondo piano di realtà, quello propriamente della finzione scenica (in cui non escludiamo l’utilizzo di cliché recitativi teatrali e cinematografici) sarà praticato da tre attori. I tre attori rappresenteranno tre casi umani “tipo” che forniscono, attraverso brevi scene, indizi per la ricostruzione dell’identità mancante che guida il testo. Il conduttore, infatti, per arrivare alla risoluzione del caso, ha un modus operandi apposito. Questo piano ci permette di giocare, di aprire momenti che diano allo spettatore la possibilità di allargare il suo sguardo su quello che accade in scena. Si passerà dalla persona al personaggio e viceversa, con chiarezza di codice e linguaggio, dando al viaggio che compiono gli attori, e il pubblico, una dimensione ulteriore.

Il terzo ed ultimo piano di realtà è costituito dalla multimedialità, ovvero immagini video di frammenti di vita personale degli attori, alternate a brevi testi, ugualmente proiettati, riguardanti statistiche e considerazioni sulla vita della società occidentale. Questo serve per far sì che la realtà nella quale siamo immersi, non sembri distante, ma vicina e attuale nel suo esistere. Esiste, infatti, perché esistiamo noi, noi e il quotidiano che ogni giorno viviamo che è figlio di quello che siamo stati, del tempo che è alle nostre spalle e che, attraverso i nostri ricordi, alteriamo sino a cambiarne la percezione.

Nameless lavora su una memoria tripartita, sulla frammentazione non come isolante, ma come collante, come quando su di un tavolo ci sono i pezzi di un puzzle che, a mano a mano che vengono incastrati, ci restituiscono un disegno e, in questo caso, vogliamo che ogni spettatore si senta dentro all’immagine finale.

 

   




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